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IL RUOLO DEI GENITORI IN AMBITO SPORTIVO

I settori giovanili rappresentano un aspetto d’importanza decisamente rilevante nelle società sportive, con l’obiettivo primario di aiutare l’educazione del bambino e del ragazzo, oltre a seguirne la crescita tecnico-motoria.
Oltre ad un organigramma societario tale da permettere uno sviluppo efficace ed efficiente delle attività, puntando su persone competenti a vari livelli, i genitori giocano un ruolo molto significativo per non dire determinante in tale processo. E’ per questo importante che i genitori abbiano sempre ben presenti alcuni punti cardine.

Partirò dal giovane sportivo, bambino o ragazzo.
Qual è lo sportivo o, meglio, data la sede, il giovane Karateka cui penso?

 

E’ un soggetto adeguato sia alle esigenze dell’attività sportiva che svolge, sia all’ambiente in cui vive: per esempio, quindi, è un ragazzo che sa conciliare scuola e sport, dedicandosi a entrambe con dedizione e passione.

E’ capace ad essere autonomo, ma anche responsabile ed è abituato ad esprimere la propria creatività e iniziativa all’interno però di regole chiare e non eludibili, ed è quindi capace a non sottrarsi ai compiti e ai doveri che gli spettano. Mi soffermo un attimo sul concetto delle regole. La domanda che viene spesso posta dagli educatori, e in primo luogo dai genitori, è: “se impongo regole ai bambini e ai ragazzi non li freno nello sviluppo della loro autonomia, non li blocco?” Diciamo allora che le regole sono le direttive che rendono possibile rapportarsi agli altri, comprendersi e cooperare; sono i comportamenti che regolano la vita comunitaria, sono la garanzia per non sentirci estranei (giacché le regole ci accomunano) e indicano anche il limite entro il quale si può esercitare la propria libertà e la propria creatività. Le regole sono essenziali per essere costruttivi e adeguati. Ma devono essere date bene! I genitori devono sempre ricordare che le regole vengono vissute come imposizioni quando vengono date troppo tardi: allora il bambino sente che l’osservanza alla regola impone di rinunciare a privilegi che sono stati concessi prima e che quindi sono stati acquisiti come diritti. Un altro errore è imporle come proibizioni oppure come doveri che non valgono per l’adulto (il messaggio diventa che non sono uguali per tutti) oppure quando rappresentano solo uno strumento per far vedere “chi comanda”. Le regole devono essere capite nella loro utilità, quindi vanno spiegate, e devono essere adatte all’età. Già il bambino deve capire che le regole non sono vincoli fine a se stessi, ma sono direttive che portano vantaggio e ci garantiscono. E’ chiaro però che vanno sempre stabilite prima, altrimenti la correzione alla trasgressione diventa una punizione.

Possiamo dire che la nostra disciplina del karate ci aiuta in questo percorso, ma non esonera l’intervento diretto del genitore.

Torniamo al nostro sportivo.
Egli sa collaborare, quindi sa stare all’interno di un gruppo, condizione che somma i contributi di tutti e pretende che ognuno si metta al servizio degli altri. Penso ad esempio alle gare a squadra: questo tipo di gara richiede coordinazione e precisione massime, perché è il gruppo che viene valutato e non il singolo; allora la responsabilità di ciascuno è per tutto il gruppo. Chi sbaglia, fa sbagliare o abbassa il punteggio di tutti. E chi non partecipa con regolarità agli allenamenti della sua squadra mostra disinteresse e mancanza di rispetto per i compagni, perché danneggia tutti e non solo lui nella preparazione. Anche qui appare chiaro il ruolo del genitore: si deve far carico di questi concetti e passare il messaggio attraverso la propria disponibilità ad accompagnare il figlio e a sostenerlo nella regolarità dell’allenamento.

Mi viene in mente un altro esempio di collaborazione: il silenzio e l’attenzione all’ascolto. Entrambi vengono richiesti nel dojo e d’altronde sono interdipendenti. Ascoltare il Maestro è necessario per sapere cosa si deve fare e stare in silenzio permette l’ascolto proprio e quello dei compagni (rispetto per i compagni che vogliono stare attenti) e comporta rispetto per il Maestro o l’istruttore che stanno dedicando il loro tempo nella trasmissione della loro conoscenza. Il ruolo del genitore è riproporre insegnamenti analoghi in famiglia: il bambino/ragazzo deve stare in silenzio e attento quando parla un adulto, per poter sentire e comprendere ciò di cui si parla, il che porta a maggiore conoscenza e anche a poter intervenire nel dialogo in maniera adeguata. Una regola uguale in due luoghi diversi, viene ugualmente rispettata: l’insegnamento educativo ne risulta coerente.

Ha sicurezza e coraggio: questo significa che si mette alla prova anche quando rischia una sconfitta o uno svantaggio personale, tenta anche quando gli sforzi possono sembrare inutili e sa cercare, ammettere e correggere i suoi errori. Qui il ruolo dei genitori è legato all’incoraggiamento e a buoni consigli, dove si spinge il figlio nell’esperienza anche della delusione: il karate, come la vita, è fatto di gioie ma anche di delusioni, e queste ultime sono necessarie al bambino e al ragazzo per formare la sua personalità.

Attenzione però a non incoraggiare errate ambizioni e a non aspettarsi infondatamente grandi cose, perché in questo modo si scoraggia, invece di incoraggiare, ponendo in modo più o meno implicito delle mete irraggiungibili, dal fallimento annunciato. In fondo possiamo pensare ad una educazione all’umiltà. Inoltre, se il genitore si aspetta ciò che è possibile, saprà apprezzare il figlio per ciò che sa fare, incoraggiandolo al miglioramento; così la pratica del karate non viene vissuta come un lavoro che pesa o come una situazione per ricevere valutazioni o giudizi negativi, ma come un’attività che dà piacere e fornisce stimoli vari utili per la crescita e il miglioramento personale.

La lucidità, il contatto immediato, consapevole e padroneggiato tra sé, i propri mezzi e ciò che si deve fare, è la condizione personale che consente la massima efficacia nella vita come nel karate.

Bisogna comprendere bene che la formazione non è un processo spontaneo né una semplice trasmissione di contenuti. L’educatore trasmette le norme, i valori e gli obiettivi che fanno parte dello sport e della vita adulta, e questo lo fa con informazioni e consigli, quindi con le parole, ma soprattutto con contenuti impliciti, che non possono essere oggetto di insegnamento. I contenuti sono la capacità di essere un adulto, consapevole del proprio ruolo e della propria responsabilità, il modo di agire, di affrontare la realtà e di proporsi agli altri e le convinzioni che determinano le sue scelte e la sua maturità. Più semplicemente i contenuti che passano sono il modello. L’educatore deve essere e fare come ciò che esprime e insegna a parole.

In questa prospettiva, allora, la formazione diventa educazione anche quando trasmette i contenuti, perché porta il giovane a viverli e usarli in modo consapevole, arriva alle sue qualità ed ai suoi caratteri specifici, e, dunque, può aiutarlo a svilupparli.
Facciamo degli esempi perché il discorso sia più chiaro e anche per renderlo attinente alla nostra esperienza diretta.

I genitori debbono educare i figli alla puntualità: questo è utile sempre! Se non sono puntuale a scuola pago conseguenze sulla condotta o anche sul conto delle ore di assenza, sul lavoro devo restare più tempo per fare un recupero, se arrivo in ritardo in stazione o aeroporto perdo il treno o l’aereo, e via discorrendo; quando il ritardo non ha solo una ricaduta individuale, però, e coinvolge terzi, allora comporta una mancanza di rispetto per l’Altro, quindi la questione si fa più grave. Penso di nuovo al Dojo: arrivare in ritardo significa disturbare i compagni che hanno già incominciato la pratica, disturbare il Maestro e l’istruttore che potrebbero dover modificare il programma per l’arrivo inaspettato, disturbare anche se stessi perché si deve entrare in concentrazione in tempi rapidi per recuperare il gap coi compagni. Qui il ruolo del genitore è ovviamente aiutare ad imparare la puntualità, essendo essi stessi puntuali, non solo per portare i figli a karate, ma in ogni occasione quotidiana.

Nell’insegnare puntualità, rispetto e se volete anche precisione i genitori devono essere un modello da imitare, quindi come ho detto devono essere essi stessi puntuali, devono essere rispettosi e devono essere precisi. Riguardo alla precisione vi porto un esempio nostro associativo, perché crea delle difficoltà organizzative non di poco conto. Se si continua ad arrivare all’ultimo minuto nel pagamento delle quote o nell’iscrizione alle gare o nel fornire documenti richiesti, oltre a non essere proprio modelli da seguire, si agisce nel non rispetto dell’Altro, cioè di chi a sua volta con puntualità e precisione deve ora inviare documenti ad altri uffici e sedi con date stabilite, ora fare registrazioni anche queste con tempistiche ben definite, ora archiviare carte o pagamenti.

Non vagliatemene, non vuol essere un rimprovero, non mi compete!, ma vuole essere uno spunto di riflessione sul complesso ruolo del genitore di uno sportivo, che come vedete abbraccia uno spettro ampissimo di situazioni, da quelle più complesse a quelle più banali.

Maria Luisa Caviglia – psicoterapeuta e consulente psicologica dell’A.S.D.Itai Doshin