IL RISPETTO

Vi chiedo 5 minuti di attenzione per riflettere insieme su un argomento che è già stato affrontato in passato, ma che è bene ogni tanto ripassare. Sicuramente rientra nei passaggi di crescita dei bambini, oggetto dell’educazione da parte di genitori, insegnanti e responsabili sportivi, ma che duole dirsi è ancora un punto oscuro per molti adulti.

Parlo di RISPETTO:
L’educazione al rispetto è una prerogativa fondamentale per affrontare e superare ogni situazione di vita. Ed è anche il primo principio da comprendere prima di guadagnarsi un rapporto di amicizia o un legame sentimentale.
In verità al rispetto veniamo educati da piccoli: dobbiamo ringraziare, salutare, dobbiamo chiedere scusa ed essere gentili. Dobbiamo farlo sempre, perché va fatto, e dobbiamo farlo in un certo modo perché è in quel modo che va fatto; se mi dicono “grazie” devo rispondere “prego”, se mi dicono “buongiorno” devo rispondere con un “buongiorno”. E’ così che il rispetto diventa un’abitudine: una buona abitudine, ma spesso si trasforma in un gesto meccanico. E “rispetto” rimane una parola e non un “modo di fare” con un significato.
Ma ci si chiede: perché devo dire grazie? perché devo dire Buongiorno? Allora: non può esserci rispetto senza aver capito profondamente il valore delle cose.
Applicare il rispetto in modo meccanico e impassibile è come mangiarsi una torta, perché va mangiata, senza sentirne neanche il sapore.
Il primo punto è che nulla è scontato, quindi neanche il corso di karate. Il corso non è una prestazione acquisita tramite il pagamento di una quota, così come il Maestro non è un prodotto acquistato tramite abbonamento annuale e quindi tenuto ad accettare l’allievo, promuoverlo agli esami e farlo vincere alle gare.

Difficile spiegare il significato di rispetto se un allievo ha la convinzione che il dojo, il maestro e i compagni di allenamento siano lì a sua disposizione, a proprio uso e consumo. Un allievo deve capire l’importanza del luogo di allenamento, quasi un luogo sacro, perché ogni luogo che ti mette in condizione di imparare cose nuove è sacro. Capito questo, verrà spontaneo rispettare e salutare il dojo.

Un allievo che arriva tardi a una lezione dovrà aspettare in piedi (un tempo in posizione seiza cioè in ginocchio) che il maestro gli dia il permesso di prendere parte alla lezione assieme agli altri. Questo piccolo rituale non è una punizione, ma un metodo per far capire che allenarsi non è scontato, ma va meritato, va conquistato. Il dover conquistare qualsiasi cosa, anche il poter prendere parte alla lezione, conferisce grande valore all’allenamento stesso ed è quindi naturale provare un senso di rispetto.

Il maestro o l’insegnante a scuola vanno rispettati non perché sono maestri o perché sono “più grandi”. Ogni persona che si trova davanti a noi e che sia disposta a insegnarci qualsiasi disciplina, materia, argomento è un tesoro inestimabile, è questo che conferisce importanza al maestro ed è questo che un allievo deve imparare ad apprezzare, non il semplice dato di fatto che uno sia il maestro e lui l’allievo. Ogni bambino in modo istintivo impara a trattare i propri tesori con gentilezza e rispetto, a custodirli con cura, proprio perché i tesori vanno conquistati con fatica.

Come si concretizza il rispetto in palestra?

1. ascoltando il Maestro senza chiacchierare e senza distrarsi

2. seguendo il suo insegnamento, quindi cercando di applicare le indicazioni ricevute e sforzandosi di correggere gli errori

3. arrivando puntuali all’allenamento: qui il rispetto è verso il Maestro, che è lì per noi, ma anche verso i compagni, che vengono disturbati dall’arrivo fuori tempo, e perfino verso se stessi, poiché entrare “freddi” quando i compagni hanno fatto riscaldamento aumenta il rischio di infortuni

4. iscrivendosi puntuali all’esame e allo stage che lo precede: per i nostri esami vengono convocati i giudici, il cui numero è legato al numero degli esaminandi, e vengono acquistate le cinture da consegnare: come si possono fare queste operazioni se non si sa in tempo utile chi partecipa? Lo stesso stage pre-esame organizzato dal Maestro richiede di conoscere in anticipo i praticanti presenti perché possa essere preparato ad hoc in base alla preparazione degli allievi (differente cintura = differente livello).

5. iscriversi con buon anticipo alle gare, poiché il nostro Maestro comunichi agli organizzatori il numero dei suoi partecipanti, ma anche età e cintura e talora peso in tempo utile affinché le griglie possano essere predisposte; inoltre il pagamento della partecipazione alla gara deve essere consegnato agli organizzatori in un tempo stabilito perché le gare comportano spese….

6. pagando con puntualità e regolarità la quota di iscrizione al corso annuale di karate: viene rispettato in questo modo l’impegno preso con Maestro e istruttori, poiché vi sono spese di gestione che devono essere coperte.

Come vedete, il rispetto si realizza in molti modi. Ed esso viene simbolizzato dal saluto che noi facciamo quando entriamo e quando usciamo dal dojo.

Ricordiamoci sempre che ogni diritto nasce da un dovere compiuto!

IL SALUTO

Ho scelto questo argomento perché il momento del saluto è per me un momento sempre emozionante. C’è come un fluido che entra nel cuore, che direi  tanto più potente e forte quanto più si è: infatti quando il Dojo è straripante di Karateki, per esempio agli stages, si sente lo spirito di ognuno che si fonde con quello dell’altro, in un tutt’uno di condivisione. Ed il piacere di essere lì, insieme, tutti, per praticare, è estremamente coinvolgente. Si percepisce il senso profondo del Karate Do.
Ogni volta che entriamo in palestra per allenarci (e sappiamo che per noi la palestra è chiamata DOJO, che però è qualcosa di più complesso del semplice luogo di allenamento: ma di questo parleremo in un’altra occasione), facciamo un inchino di saluto; poi salutiamo di nuovo finito il riscaldamento e infine facciamo un saluto complesso guidati dal Maestro a fine allenamento.
Noi riconosciamo due saluti: quello in piedi e quello in ginocchio. Il primo è il Ritsu rei,il secondo è lo Za rei, che si raggiunge attraverso la posizione di Seiza. Spesso, in Seiza oppure in piedi, si pratica il Mokuso. Il Mokuso è una meditazione, fatta nel totale silenzio: prima dell’allenamento serve per lasciare fuori del Dojo pensieri, preoccupazioni, emozioni estranee al contesto, per avere la mente vigile e libera da dedicare all’arte marziale che si va a praticare; finito l’allenamento serve per riflettere su come si è praticato, sulle proprie emozioni, le proprie difficoltà e le proprie eventuali soddisfazioni.
Ricordiamo i saluti che facciamo:
Shomen ni rei: saluto ai grandi Maestri di un tempo, ai grandi Padri del Karate. Anche il Maestro è rivolto verso l’immagine degli antenati (presente o immaginaria), con la schiena agli allievi
Sensei ni rei: saluto al Maestro. Il Maestro è rivolto verso gli allievi ed il saluto è reciproco
Senpai ni rei: è il saluto all’allievo più anziano, quello che sostituisce il Maestro quando è assente Negli stage avrete anche sentito e fatto un altro saluto: Otagai ni rei, che è il saluto tra i praticanti.

Perché tutti questi saluti? Sono solo un rituale, una cerimonia educata di stile orientale?
Il M° Funakoshi, fondatore del karate Shotokan, ha scritto i venti precetti del karate. Il primo recita così: “Il Karate inizia col saluto e finisce col saluto”. Se un grande Maestro pone al primo posto dei precetti del Karate proprio il saluto significa che è un atto fondamentale.
In verità il saluto rappresenta il cuore della cultura orientale e giapponese. In giapponese saluto si dice rei. Nell’ideogramma della parola rei c’è il simbolo della divinità, quindi c’è come qualcosa di sacro nel saluto. Sicuramente c’è molto di simbolico.
Il saluto comprende una componente di educazione e cortesia, ma contiene anche i concetti di sincerità, rettitudine, rispetto di sé e dell’altro. Nell’arte marziale rappresenta un mondo che collega tutti: se stessi, il Maestro, gli altri praticanti, la palestra come luogo quasi sacro, la stessa Arte Marziale .
Ed il praticante con il saluto manifesta la sua intenzione a percorrere e praticare la via (Il Do) con una continua ricerca dell’equilibrio e del controllo dei propri sentimenti, in un ambito di continuo richiamo all’umiltà, alla disciplina e alla perseveranza. Nell’arte marziale il praticante saluta:

-Il luogo stesso della pratica;

– la pratica stessa per l’intermediario di una rappresentazione materializzata (per esempio l’immagine del Maestro)

-Colui o coloro che trasmettono questa pratica

 Per i bambini, semplificherei il discorso dicendo: il saluto è un momento serio, un momento importante dell’allenamento. Iniziando l’allenamento col saluto ringraziamo il Maestro di essere con noi ad insegnarci la pratica, ci dichiariamo pronti e diciamo che lasciamo altri pensieri e le distrazioni fuori della palestra; promettiamo di comportarci bene, di non disturbare la lezione e di dare il massimo; ancora, con quel semplice gesto diamo rispetto, fiducia e stima al Maestro e ci prepariamo con umiltà ed impegno alla lezione, accettando le critiche, accettando le correzioni, che ci servono per crescere e migliorare. Quando finiamo, nel saluto pensiamo con rispetto ai primi Maestri, con rispetto ringraziamo il nostro Maestro, salutiamo anche tutti i compagni con cui abbiamo condiviso l’allenamento, nelle gare salutiamo gentilmente anche i nostri avversari.

Chiudo questo breve intervento ponendo una domanda: saluto = rispetto? Sì, il saluto è nel rispetto ed il rispetto inizia col saluto. Si, ma non come cerimoniale, bensì come simbolo. Col saluto esprimo anche rispetto. Il rispetto però non può restare teorico, va concretizzato. Come? Ascoltando il Maestro, seguendone l’insegnamento, quindi cercando di applicare le indicazioni ricevute e sforzandosi di correggere gli errori.

Rispetto è anche puntualità: puntualità nell’entrata in palestra, puntualità nei pagamenti, puntualità nell’iscrizione ad esami e gare. Cosa c’entra col rispetto, mi chiederete? Vi faccio un esempio: l’iscrizione ad una gara comporta che il nostro Maestro comunichi agli organizzatori il numero dei suoi partecipanti, ma anche età e cintura e talora peso in tempo utile affinché le griglie possano essere predisposte; inoltre il pagamento della partecipazione alla gara deve essere consegnato agli organizzatori in un tempo stabilito perché le gare comportano spese….

Un altro esempio (scusate la banalità, ma è con piccole cose che si fanno le grandi!): per i nostri esami vengono convocati i giudici, il cui numero è legato al numero degli esaminandi, e vengono acquistate le cinture da consegnare: come si possono fare queste operazioni se non si sa in tempo utile chi partecipa? Lo stesso stage pre-esame organizzato dal Maestro richiede di conoscere in anticipo i praticanti presenti perché possa essere preparato ad hoc in base alla preparazione degli allievi (differente cinture = differente livello).

Allora essere più precisi e puntuali significa rispettare l’impegno di chi si dedica per il migliore risultato possibile: in genere il Maestro, talora i suoi aiutanti.

Maria Luisa Caviglia – psicoterapeuta e consulente psicologica dell’A.S.D.Itai Doshin

IL RUOLO DEI GENITORI IN AMBITO SPORTIVO

I settori giovanili rappresentano un aspetto d’importanza decisamente rilevante nelle società sportive, con l’obiettivo primario di aiutare l’educazione del bambino e del ragazzo, oltre a seguirne la crescita tecnico-motoria.
Oltre ad un organigramma societario tale da permettere uno sviluppo efficace ed efficiente delle attività, puntando su persone competenti a vari livelli, i genitori giocano un ruolo molto significativo per non dire determinante in tale processo. E’ per questo importante che i genitori abbiano sempre ben presenti alcuni punti cardine.

Partirò dal giovane sportivo, bambino o ragazzo.
Qual è lo sportivo o, meglio, data la sede, il giovane Karateka cui penso?

 

E’ un soggetto adeguato sia alle esigenze dell’attività sportiva che svolge, sia all’ambiente in cui vive: per esempio, quindi, è un ragazzo che sa conciliare scuola e sport, dedicandosi a entrambe con dedizione e passione.

E’ capace ad essere autonomo, ma anche responsabile ed è abituato ad esprimere la propria creatività e iniziativa all’interno però di regole chiare e non eludibili, ed è quindi capace a non sottrarsi ai compiti e ai doveri che gli spettano. Mi soffermo un attimo sul concetto delle regole. La domanda che viene spesso posta dagli educatori, e in primo luogo dai genitori, è: “se impongo regole ai bambini e ai ragazzi non li freno nello sviluppo della loro autonomia, non li blocco?” Diciamo allora che le regole sono le direttive che rendono possibile rapportarsi agli altri, comprendersi e cooperare; sono i comportamenti che regolano la vita comunitaria, sono la garanzia per non sentirci estranei (giacché le regole ci accomunano) e indicano anche il limite entro il quale si può esercitare la propria libertà e la propria creatività. Le regole sono essenziali per essere costruttivi e adeguati. Ma devono essere date bene! I genitori devono sempre ricordare che le regole vengono vissute come imposizioni quando vengono date troppo tardi: allora il bambino sente che l’osservanza alla regola impone di rinunciare a privilegi che sono stati concessi prima e che quindi sono stati acquisiti come diritti. Un altro errore è imporle come proibizioni oppure come doveri che non valgono per l’adulto (il messaggio diventa che non sono uguali per tutti) oppure quando rappresentano solo uno strumento per far vedere “chi comanda”. Le regole devono essere capite nella loro utilità, quindi vanno spiegate, e devono essere adatte all’età. Già il bambino deve capire che le regole non sono vincoli fine a se stessi, ma sono direttive che portano vantaggio e ci garantiscono. E’ chiaro però che vanno sempre stabilite prima, altrimenti la correzione alla trasgressione diventa una punizione.

Possiamo dire che la nostra disciplina del karate ci aiuta in questo percorso, ma non esonera l’intervento diretto del genitore.

Torniamo al nostro sportivo.
Egli sa collaborare, quindi sa stare all’interno di un gruppo, condizione che somma i contributi di tutti e pretende che ognuno si metta al servizio degli altri. Penso ad esempio alle gare a squadra: questo tipo di gara richiede coordinazione e precisione massime, perché è il gruppo che viene valutato e non il singolo; allora la responsabilità di ciascuno è per tutto il gruppo. Chi sbaglia, fa sbagliare o abbassa il punteggio di tutti. E chi non partecipa con regolarità agli allenamenti della sua squadra mostra disinteresse e mancanza di rispetto per i compagni, perché danneggia tutti e non solo lui nella preparazione. Anche qui appare chiaro il ruolo del genitore: si deve far carico di questi concetti e passare il messaggio attraverso la propria disponibilità ad accompagnare il figlio e a sostenerlo nella regolarità dell’allenamento.

Mi viene in mente un altro esempio di collaborazione: il silenzio e l’attenzione all’ascolto. Entrambi vengono richiesti nel dojo e d’altronde sono interdipendenti. Ascoltare il Maestro è necessario per sapere cosa si deve fare e stare in silenzio permette l’ascolto proprio e quello dei compagni (rispetto per i compagni che vogliono stare attenti) e comporta rispetto per il Maestro o l’istruttore che stanno dedicando il loro tempo nella trasmissione della loro conoscenza. Il ruolo del genitore è riproporre insegnamenti analoghi in famiglia: il bambino/ragazzo deve stare in silenzio e attento quando parla un adulto, per poter sentire e comprendere ciò di cui si parla, il che porta a maggiore conoscenza e anche a poter intervenire nel dialogo in maniera adeguata. Una regola uguale in due luoghi diversi, viene ugualmente rispettata: l’insegnamento educativo ne risulta coerente.

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